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Silvio Rossi: Cristiani, gente di buon umore

01/02/2019 - La Croce Quotidiano
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Si sa che nel cristianesimo non è mai mancato il buon umore. I santi, i grandi intellettuali cattolici, i teologi di valore, ma anche i semplici parroci di campagna, sono stati tutti maestri di ironia, leggerezza, spirito arguto e capacità di sdrammatizzare le cose con una battuta. Al contrario degli eretici, degli agnostici, dei rivoluzionari, tutta gente seriosa, priva di autoironia, suscettibile e permalosa, con gli occhi inquisitori e sospettosi, fondamentalmente paranoica.
Il motivo non è difficile da comprendere. Per un cristiano la vita è bella e leggera comunque, quindi si può sempre giocare e scherzare anche nelle prove. E questo non per un convincimento fondato sull’autosuggestione o sull’ottimismo forzato, ma semplicemente perché Cristo, il Figlio di Dio, è morto in Croce e ha ottenuto la salvezza per chiunque si mette nella disponibilità di riceverla. È morto in Croce e ha aperto le porte del Paradiso, per cui anche la morte, la madre di tutte le paure per i pagani, diventa “Sorella morte” che dischiude la via alla beatitudine eterna.
Gesù è morto e poi è risorto, questo è tutto quello che interessa al cristiano. Di conseguenza un credente non drammatizza, anche di fronte alla persecuzione,
non c’è nulla che possa impedirgli di ritrovare la serenità, nemmeno un dolore grande. Tant’è vero che San Francesco poteva dire: “È tanto il bene che mi aspetto
che ogni pena m’è diletto”.
È vero che nel Vangelo Gesù non promette onori o felicità in questo mondo: siccome un servo non è più del suo padrone anche per il suo seguace c’è sempre la croce quotidiana. Ma è pur vero che Gesù garantisce che il suo carico è leggero e il suo peso è soave. Insomma, nella vita cristiana non mancano le prove, ma ci sono sempre buoni motivi per portarle sorridendo.
Il buon umore cristiano non è il sarcasmo, l’ironia offensiva, l’aggressività simulata delle caricature impietose. Il buon umore nasce dalla consapevolezza che la pienezza della Parola già si è realizzata in Cristo che è Parola di Dio, il Verbo Incarnato.
Perciò all’uomo non spetta più la fatica di trovare la parola di salvezza (che sarebbe solo un’illusoria parola di auto-salvezza), resta il conforto del silenzio o il piacere della battuta.
Da un certo punto di vista la battuta è l’espressione più consona e adatta all’uomo. Infatti la battuta nasce dall’osservazione umile dei limiti e delle debolezze di
Pietro, ma senza lo scoraggiamento superbo del cuore peccatore di Giuda. Pietro è un miserabile e un impulsivo, ma è un buono. Lo slancio di Pietro fa sorridere perché intravediamo in controluce nelle sue azioni lo sguardo allegro di Gesù che lo osserva, permette che barcolli e poi lo rimette in piedi. La seriosità di Giuda inquieta perché in controluce intravediamo immobile il suo io autoreferenziale e orgoglioso, il suo pretendere di dirigere le cose, il suo chiudersi alla grazia e quindi la sua autodistruzione. Giuda è il prototipo di tutti quelli che si prendono sul serio perché danno più importanza ai propri sforzi che alla grazia, e rendendosi conto che i propri sforzi non bastano a salvarsi (Giuda era e rimaneva un ladro), continuano a chiudersi alla grazia e al perdono. Pietro è il prototipo di tutti i cristiani pasticcioni, ma innamorati di Cristo, che conoscono i propri limiti, ma vivono col sorriso perché sanno che Gesù è più forte dei limiti e dei peccati riconosciuti e ammessi. Ecco perché non può esistere un cristiano triste, e non può esistere un cosciente oppositore del cristianesimo col cuore in pace.
Il vero umorismo è solo cattolico, perché nessuno al mondo ha più diritto di prendere le cose con un sorriso di un cristiano coerente. Il quale cristiano sa che i poteri del mondo verranno meno nonostante le loro arie di perenne dominio. Tutto è vanità, non c’è nulla che meriti troppa serietà se non la perdizione eterna.
Nulla dura in eterno se non Dio e ciò a cui Dio dona vita in eterno. Imperi sono crollati, re e regine sono ormai sottoterra. Fortezze sono polverizzate, i Grandi sono dimenticati. Cristo solo è il Vivente: ieri, oggi, sempre. I cristiani hanno scelto la parte migliore che non verrà loro tolta.
Chi non crede passa il tempo a preoccuparsi e a cercare assicurazioni e rassicurazioni per la propria sopravvivenza. Chi crede sa che il Padre pensa a lui, lo tiene costantemente sotto il sguardo, lo ama di un amore previdente e provvidente. La conseguenza è che chi non crede ha una sottile paura nel profondo del cuore che ne fa una persona sempre in cerca di tamponare la propria angoscia. Il credente ha una sola paura, quella di dispiacere a Dio, di peccare. Non teme il giudizio umano, la condanna del mondo, l’isolamento o la solitudine. Il timore è cedere al male, alle sue mille seduzioni. Ma in fondo al cuore sa di essere amato comunque, che anche in caso di peccato un atto sincero di pentimento, una confessione e un proposito fermo lo rendono nuovamente uomo libero e felice. Sa pure che in caso di combattimento spirituale non è mai da solo e dal Cielo combattono con lui. E allora perché non ridere e non giocare?
E allora vediamo cose sorprendenti nelle schiere cristiane: paralizzati a letto che accolgono sempre col sorriso i visitatori, morenti che lodano Dio, sofferenti che approfittano del loro letto all’ospedale per convertire i medici. Nella storia della chiesa ne abbiamo viste di tutti i colori, persone che avrebbero avuto motivo (secondo il mondo) di essere disperate, cantare e gioire. Sorrisi che hanno illuminato secoli di cristianesimo. Ecco da dove scaturisce la battuta, la narrazione autoironica di un brutto quarto d’ora, la paziente sopportazione dei propri difetti: dalla vittoria certa di Dio sulle presunzioni del mondo, alla quale partecipiamo pure noi nella misura in cui viviamo la fedeltà a Cristo.
L’umorismo dei credenti ha un aspetto apparentemente contraddittorio: la vita cristiana è una vita di battaglie spirituali, di superamento di sé, di rinuncia al proprio io, di accettazione di croci, di persecuzioni e prese in giro. Non è certo la vita apparentemente facile di chi “si adegua”, di chi sceglie di seguire la corrente, dei conformisti, dei facili praticoni del politicamente corretto. Eppure è proprio la battaglia che viene accettata con gioia, perché è il segno della propria partecipazione al sacrificio di Gesù. La battaglia è segno della predilezione di Dio che non ci salva a nostra insaputa, ma ci dà modo di mettere in campo la nostra responsabile adesione. Allora si combatte col sorriso, sapendo che la battaglia è rimanere al proprio posto, ma lo sorte è già segnata dalla vittoria.
In questo senso, anche il dolore più grande per un cristiano, cioè la consapevolezza di tanti peccatori che vanno all’inferno, viene un po’ attenuato dalla coscienza della libertà umana che fa sì che Dio non costringa nessuno alla salvezza senza il suo sì. E allora coloro che entrano nella massa dei perduti hanno volontariamente scelto di essere in quella massa, assumendosene la responsabilità.
Quanto abbiamo amato Chesterton e i suoi incredibili aforismi e paradossi, le battute scherzose di Padre Pio, le conferenze di Mons. Biffi, tutta l’irrefrenabile simpatia di chi – come Don Camillo – si mette a battibeccare col Crocifisso e poi gli strizza l’occhiolino, sapendo che i fili della storia sono nelle sue mani.