Ci è scappato il diritto a ragionare

02/10/2019 - Silvio Rossi (58 visite)

 La vita dell'uomo non appartiene all'uomo come una proprietà, perché non se l'è data da solo, l’ha ricevuta nel momento in cui è passato dal non-essere all'essere, un dono che è la persona stessa e nello stesso tempo un dono che la persona sente provenire da una fonte di cui avverte l'irresistibile richiamo.

La vita fin dai suoi inizi viene inserita in un sistema di relazioni, in una famiglia, che per sempre – quindi – è indissolubilmente legata all’accoglienza e al servizio della vita.

Ma, quasi per un malinteso "Diritto di prelazione", l'uomo scivola facilmente nella rivendicazione di proprietà, pretendendo di possedersi e di disporre a piacimento di sé. Dopo qualche anno che l'abitiamo dimentichiamo che della nostra vita siamo custodi. Così, invece di utilizzare la libertà per fare le scelte migliori e amministrare questo dono decidiamo in base alle pretese infantili del nostro io, della nostra presunzione, dei condizionamenti sociali. E addirittura arriviamo a pronunciare le parole "Fiat lux" (sia la luce), per arrogarci il diritto di forzare l’emergere della vita con pratiche artificiali, o "Consummatum est" (Tutto è compiuto) per mettere il sigillo mortuario ad un'esistenza di cui non vogliamo più saperne. L'io che diventa Superuomo.

La società in cui gli uomini hanno dimenticato di essere-da e credono di essere-e-basta, è una società in cui il meno vuole dominare il più. Gli uomini che sono creature vogliono agire come creatori e non si accorgono che così facendo diventano invece distruttori.

Abbiamo assistito, di gradino in gradino, ad un percorso funebre sempre più stringente e finalizzato: l'omicidio della famiglia, l'omicidio dei bambini, l'omicidio dei malati, l'omicidio dei vecchi, l'omicidio dei depressi, l'omicidio della Verità, l'omicidio per l'omicidio. E noi abbiamo accettato scuse e pretesti per giustificare ogni passo in più verso la demolizione della nostra società: la limitazione delle nascite, la libertà del coniuge di uscire da un amore finito, un gesto di compassione per i sofferenti, il diritto di scelta, ecc. ecc. tutto l'armamentario propagandistico uscito fuori dalla fantasia degli addetti alle pompe funebri collettive.

La religione della morte e dell’odio si è alzata contro il buon senso e la ragione e ha lanciato una serie di attacchi ad ondate progressive, risultando sempre vincitrice e pervasiva. E questo è stato possibile perché alcuni custodi si erano addormentati, altri avevano tradito, altri ancora erano stati imbavagliati da vigliaccheria e convenienza.

Oggi l'ultimo attacco sferrato è un pugno nello stomaco micidiale, un tentativo di knockout alle residue resistenze. Si è spalancata in Italia la possibilità di collaborare attivamente alla morte di qualsiasi disperato che, per malattia o depressione, in un momento di sconforto non trova senso nella sua vita e preferisce ammazzarsi. Così il buon samaritano, che una volta medicava a sue spese le ferite delle vittime, oggi è diventato il sicario che dà il colpo di grazia a pagamento. Grazie ai progressi della civiltà, perché oggi non siamo nel Medioevo.

Possiamo affermare che tutto ciò è stato reso possibile da un drappello di radicali che con appoggi mediatici, sostegno economico, favore della magistratura ha svolto un'azione politica micidiale e vincente? Certo, potremmo dirlo, ma sarebbe penosamente semplicistico. Quando i radicali sono arrivati, il fortino era già vuoto. Il fortino di chi doveva presidiare la verità, la giustizia e la ragione era stato già evacuato, e i barbari nessuna resistenza hanno trovato.

Culturalmente si è dato sempre più spazio negli ultimi decenni all’elogio del sentimento e dell’emozione a scapito della ragione e del pensiero razionale. Si è parlato troppo e fuori luogo di cuore e di intelligenza emotiva, ignorando il fatto che l’intelligenza per sua natura deve essere ben separata dall’emotività, e trascurando - inoltre - il fatto che nell’accezione antica per “Cuore” si intendeva l’integralità dell’essere umano, non certo i cuoricini palpitanti che sobbalzano ad ogni frusciare di slogan pubblicitario o marchetta propagandistica. Le generazioni a noi più vicine hanno imparato a mettere da parte la ragione per vivere solo spinti dagli alti e bassi del “Mi piace, non mi piace più”, e i padroni della comunicazione hanno avuto gioco facile nel muovere l’opinione delle masse, appunto perché opinione (per sua natura ballerina e fatua) e non frutto di un ragionamento che è l'atto del pensiero finalizzato al raggiungimento delle verità oggettive. Il pensiero ci libera dalla schiavitù del “Secondo me” per approdare alla realtà vera, ma oggi sembra che abbiamo rinunciato ad usarlo per restare dietro le sbarre dell'emozionismo.

A questo punto, mancando di verità e vivendo di opinione si può imporre qualsiasi errore sfruttando slogan facili e pretesti apparentemente logici, ma in realtà capaci solo di suonare certe corde del sentimento, razionalmente improponibili, ma emotivamente seduttive.

Basta solo un pizzico di buon senso per capire che uccidere un uomo perché depresso non significa riconoscergli dignità, ma è trattarlo come una scarpa vecchia che non serve più. Bella dignità. Basta un cervello un minimo oliato per rendersi conto che un gravemente sofferente non è libero, e che quindi se chiede la morte non lo fa perché davvero vuole morire, ma solo per disperazione, che civiltà è quella di rispondere alla disperazione con un’iniezione letale? Basta la ragione per considerare che se esiste il diritto a morire qualcuno deve avere il dovere di uccidere (a chi tocca? Ma i medici non diventavano medici per un servizio alla vita?). Ma nell’epoca dell’oscuramento della ragione, anzi della perdita del “Lume della Ragione” come hanno detto in questi giorni i vescovi, il bel #Cappato col sorriso smagliante da ex studente della Bocconi parla del “#Dirittodimorire”, e parte l'applauso. Ma morire coincide con la fine di ogni diritto (quando si muore non si più soggetti di diritto), quindi Cappato invoca il diritto a non avere diritti. Per lo psichiatra più sfigato di questo mondo questa si chiama schizofrenia, per un uomo pensante questa è semplice irrazionalità, per chi non ha rinunciato a quei quattro neuroni residui – che pretese! – portare un uomo a non possedere più diritti si può anche chiamare dittatura...

Chi è in grado di riflettere e non ha perso la facoltà di amare, inorridisce di fronte a questa valanga egoista e irrazionale che sa solo proporre morte, soppressione, brutalità, tutta roba che qualcuno chiama “Nuovi diritti”. Chi è in grado di pensare vive nel mondo e comprende la bellezza e l'importanza della famiglia e della solidarietà, è capace di spendersi anni per un caro ammalato perché anche in un letto d'ospedale sa apprezzare la grandezza e la dignità della vita in ogni condizione. Questi uomini e queste donne tengono accesa nel buio sempre più opprimente del nostro tempo la luce della testimonianza e dell'impegno. A loro e alla loro fedeltà è affidato il futuro.
La battaglia che in nome dell’amore e della logica sono chiamati a svolgere è quella loro propria: quella politica, istituzionale, associativa. Una battaglia laica nel senso più nobile del termine; è opportuno che si faccia a meno di un Imprimatur ecclesiale: l'uso della ragione e la verità sull'uomo sono un patrimonio di ogni persona pensante, non esclusivo delle università pontificie. Non è più tempo che i laici vadano a bussare alle porte delle sagrestie, ma che i preti si avvicinino ai laici per incoraggiarli e nutrirli per la loro missione. Ai laici il compito di tenere accese le coscienze e di opporsi metro dopo metro all'avanzare dell'avversario. Non sarà facile, ma quando il potere arriva a mettere le mani sul corpo dei più deboli e indifesi, sui vecchi, sui malati e sui bambini, vuol dire che nessuno può tacere di fronte al risorgere dei nuovi lager.
#PopoloDellaFamiglia