Mario Adinolfi: Mino Martinazzoli

10/11/2019 - Mario Adinolfi (84 visite)

Ho chiesto agli allievi dell’Università della Politica di fare “i compiti a casa”, di leggere e studiare se possibile con occhi nuovi e più aperti i fatti che avvengono, di essere capaci di elaborare loro stessi pensieri articolati e complessi rispetto alle banalizzazioni dei tempi dei social, degli slogan su Twitter. Perché la politica deve essere questo: risposta pensata e mai banale alle richieste che ci arrivano dalla società. Ho citato nella lezione di ieri il discorso di Mino Martinazzoli all’ultimo congresso della Dc nel febbraio 1989: il discorso di uno sconfitto (la sinistra Dc di cui fa parte perde la segreteria del partito in mano a De Mita e la consegna ai “nemici” dorotei di Forlani), omaggiato dal lunghissimo fragoroso applauso di congressisti che lo infastidiscono persino per l’immenso amore che gli manifestano quando viene chiamato a parlare sul palco. Io, non ancora diciottenne, ero tra loro in quella bolgia ribollente del catino del Palaeur.

Quattro anni dopo proprio Martinazzoli mi chiamerà ad essere il più giovane tra i costituenti del Partito popolare che nell’assemblea del luglio 1993 nascerà sulle ceneri della disciolta Democrazia Cristiana. Non ci saranno dunque più congressi nazionali della Dc dopo quello del 1989. Ma nessuno neanche lontanamente può immaginarlo, mentre quel congresso del più forte partito italiano si tiene. Nessuno tranne Martinazzoli, allora presidente dei deputati Dc, che chiede a tutti “la moralità di un impegno di rigore”. Vede affacciarsi il problema degli interessi sul debito pubblico (trent’anni fa risibili rispetto al macigno del debito attuale), della corruzione interna alla Dc, del formarsi di “ingiustizia e privilegio” (altro che grillismo), della necessità della riforma elettorale (e sarà il referendum Segni proprio sulla legge elettorale la palla di neve che darà origine alla valanga che travolgerà la Dc, che se invece avesse seguito la proposta Ruffilli l’avrebbe disinnescata), della risposta da dare alla irrimediabile crisi del comunismo. Soprattutto Martinazzoli delinea alla perfezione la natura storica dell’impegno dei cattolici in politica: “La storia di un’idea che si incarna, si confronta, combatte, è sconfitta, riprende: questa era la grande idea sturziana della libertà”.

La parte centrale del discorso sul rapporto tra laicità e ispirazione cristiana in politica è poi un messaggio che sembra inviato nella bottiglia affinché giunga fino a noi del Popolo della Famiglia e vi lascio il gusto di scoprirlo, assaporarlo da soli. Avevo già pubblicato l’audio di questo straordinario discorso, ma ora sono riuscito a recuperare anche il video. Il discorso dura trentadue minuti, tutti a braccio, senza neanche un appunto davanti. Il video ne dura oltre quarantasei, perché per quindici minuti quel discorso fu oceanicamente applaudito e si sente Fanfani che presiede il congresso che prova a dare la parola all’oratore successivo (Piccoli, capo dei dorotei “vincitori” già segretario della Dc) senza riuscirci. Anzi nei confronti di Martinazzoli si alza l’urlo della folla: “Segrerario, segretario”. È una profetica invocazione. Martinazzoli non sarà eletto segretario dal congresso 1989 che incoronò Forlani, ma Forlani finì travolto da Mani Pulite e Martinazzoli diventò il segretario a cui non restò altro da fare che chiudere la Dc per far rinascere il Partito popolare considerato l’unico modo di “servire senza inganni e senza rimorsi questa ragionevole speranza, questa splendida intuizione che è l’idea democratica e cristiana”. In effetti Martinazzoli portò quell’idea a prendere più del 10% schierandola in autonomia alle elezioni del 1994 sia contro il centrodestra berlusconiano che contro i progressisti, come Sturzo fece nel 1919 posizionando il Ppi sia contro i socialisti che contro i nazionalisti e l’affacciarsi del fascismo. Quel 10% venne considerato una sconfitta e Martinazzoli si ritirò dalla politica nazionale. Oggi quel 10% è l’obiettivo a cui dobbiamo mirare come cristiani impegnati in politica, nani sulle spalle di giganti come Mino Martinazzoli.