Mario Adinolfi: Ragionare su una questione di metodo

10/10/2019 - Mario Adinolfi (84 visite)
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 Stasera sarò per l’ennesima volta in televisione, il conduttore lo considero molto vicino alla nostra sensibilità (ha persino un bacceleriato in Teologia ottenuto alla Santa Croce) eppure mi dovrò confrontare con idee molto differenti dalle mie. Ieri, sempre in un contesto televisivo nazionale ad altissimo ascolto con conduzione non platealmente ostile, ho dovuto ascoltare una esponente del Pd dire cose false e screanzate contro noi che proponiamo il reddito di maternità. Mi sarei aspettato appoggio dall’europarlamentare di Forza Italia noto esponente di Comunione e Liberazione, ma ho atteso invano e allo scontro con la urlante femminista piddina ci sono andato da solo.

Tutti i giorni della mia vita, a tutte le ore per la precisione, subisco critiche. Pure quando dormo (pochissime ore, peraltro). Mi sveglio e trovo messaggi di critica ovunque per questo o quell’altro motivo. Ad alcuni rispondo, molti li ignoro. C’è chi mi chiede poi: perché tieni i tuoi profili social aperti a chi ti insulta, addirittura a chi bestemmia? Perché ho costruito un metodo nella mia vita, in ogni cosa: non mi piace fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se mi impedissero di parlare, se preventivamente mi silenziassero, se un mio scritto venisse censurato, considererei il censore persona ottusa e figlia di un pericoloso istinto totalitario che circola molto in ogni contesto. Questa è la ragione, forse, per cui in molti contesti anche ad alto ascolto vengo ospitato: sono un osso duro, so dire cose che non fanno parte delle banalità politicamente corrette del mainstream, ma non ho permalosità, se mi attaccano ignoro o replico, non nego mai agli altri il diritto di criticarmi anche pesantemente.

Questo metodo l’ho trasportato nel quotidiano che dirigo: La Croce pubblica addirittura come editorialisti gli articoli di persone che mi criticano duramente, talvolta al limite dell’offesa, senza alcun problema. Un paio di giorni fa in una pagina interna è comparso un articolo relativo a un libro che alcuni esponenti del Cammino Neocatecumenale mi hanno spiegato essere offensivo. Da cinque anni ospitiamo firme del Cammino neocat, gli articoli sono circa un migliaio. Dopo mille articoli compare un articolo di critica e scoppia un pandemonio. L’atto di accusa è subito formulato: La Croce non doveva pubblicare l’articolo. Mi si offre un rimedio: caro Mario, scusati per averlo pubblicato. Se non ti scusi è perché sei orgoglioso, egocentrico, pieno di te, accecato dalla superbia e chi più ne ha più ne metta.

Avrei potuto cavarmela con ste benedette scuse e rassicuro tutti: non sono Fonzie, non ho difficoltà a chiedere scusa, a dire che mi sono sbagliato, è accaduto mille volte nella mia vita. Ma stavolta no, stavolta non mi scuso perché non ho sbagliato. O meglio, se ho sbagliato sono sbagliato io e il metodo che guida tutta la mia vita. Dovrei andare stasera in tv e lasciare lo studio perché il conduttore amico non fa parlare solo me e darà parola anche a un offensivo dissenziente, dovrei chiudere i miei profili social a chi mi insulta, dovrei fare un quotidiano solo di opinioni incensanti e mai problematiche o critiche o difformi dalla linea de La Croce che pure c’è ed è molto chiara.

Rimango affezionato invece al mio metodo: dopo l’articolo che accusava il Cammino di eresia, accusa che non condivido minimamente, ho pubblicato cinque articoli di persone che stanno nel Cammino e ne descrivono la bellezza, le ragioni, l’esperienza personale, la dimensione teologica per cui l’accusa di eresia è da respingere senza esitazione alcuna. A noi a La Croce piace questo metodo, si chiama dialettica. E lo abbiamo applicato a tutti i campi dolenti che agitano il mondo cattolico, persino alle accuse di eresia che hanno aggredito il Papa. Noi abbiamo sempre difeso senza timore alcuno Papa Francesco, ma sempre senza timore abbiamo pubblicato firme di antipapisti e così è accaduto nel dibattito interno a Comunione e Liberazione (articoli di ciellini fortemente critici con il carronismo ma anche i documenti ufficiali di CL in versione integrale), per non parlare delle critiche che abbiamo rivolto a movimenti come Azione Cattolica o Agesci, anche molto dure. Ripeto, è il nostro metodo e forse la ragione per cui vale la pena tutti i giorni leggere La Croce. È un quotidiano piccolo ma sorprendente, per questo finisce in molte rassegne stampa assai rilevanti.

C’è poi un’altra ragione per cui rivendico il metodo adottato anche rispetto ai neocat. Nelle ultime 48 ore utilizzando questo articolo pubblicato nelle pagine interne del nostro quotidiano, a cui non è stata data alcuna particolare enfasi, alcuni autorevoli esponenti del Cammino come il senatore Pillon ma non solo, hanno tentato una operazione di disarticolazione del Popolo della Famiglia: “Vedete cosa Adinolfi dice di noi?”. Questa campagna furbastra fatta come al solito in maniera vile, cioè non in faccia, si somma a anni di feroce contrasto al PdF compiuto da autorevoli esponenti del Cammino. Il mio rispetto per Kiko Arguello e per il Cammino non devo dimostrarlo, perché ho pagato di persona per difenderlo in un momento cruciale che tutti i neocat conoscono. Allo stesso tempo non ho mai voluto trascinare il Cammino nella dimensione politica (eppure molti neocat sono autorevolissimi dirigenti pidieffini), neanche quando un noto catechista faceva gli appelli video a non votare PdF con le foto di Kiko alle spalle. Non ho replicato, sono stato muto, non ho protestato: libero quel signore di farci la guerra, anche utilizzando le insegne neocat con ambiguità. Proprio in virtù dei criteri di metodo che ho provato ad elencare. E per il rispetto che un movimento merita, senza essere trascinato nella fanghiglia delle beghe politiche e personali.

Se però si tenta un’opera di disarticolazione del PdF cercando di mettere in crisi i tanti dirigenti pidieffini che nel Cammino compiono il loro percorso di fede, lo dico forte e chiaro: il Popolo della Famiglia è una esperienza che va avanti e cresce ogni giorno di più (l’attenzione anche mediatica, persino della tv generalista a pari grado con i partiti maggiori, è evidente) perché è una esperienza di lotta. Dal giorno della fondazione so bene che è una esperienza difficile che espone a infinite critiche, ma è anche una esperienza laica e formativa per un popolo che alla dialettica non era più abituato. Siamo tutti persino ignorati nei nostri orticelli perché siamo irrilevanti. Appena arrivano le critiche si comprende la rilevanza di quel che si fa e che si dice. La prima formazione necessaria è saperle fronteggiare con il sorriso sulle labbra e senza mai l’ottusa pretesa della censura preventiva, propria solo dello Stato totalitario. A chi prova in queste ore a utilizzare un articolo per disarticolare il PdF, rispondo semplicemente: non ci siete riusciti in quattro anni in cui ci avete fatto di tutto, non ci riuscirete mai. Deciderà Dio quando questo cuore creperà “di ruggine, di botte o di età”.

Verso il Cammino non posso che ribadire la inalterata stima per i frutti enormi che ho visto con i miei occhi crescere sui suoi vari rami oltre al rispetto assoluto per Kiko Arguello e i suoi principali collaboratori con cui ho avuto l’onore di lavorare spalla a spalla in momenti entusiasmanti e difficili. Proprio per questo mai ho chiesto al Cammino neanche un voto, mai ho voluto trascinare il Cammino in polemiche quando pure erano esponenti neocat ad essere i più feroci critici del PdF, con accuse infamanti e totalmente false, prima e dopo le elezioni politiche. Proprio perché quel trattamento l’ho subito, ribadendo che non faccio agli altri quel che non vorrei fosse fatto a me, mi ritraggo definitivamente da questa inutile polemica. Ma, come sempre, dopo aver fatto pubblicamente chiarezza. Non mi piace mai sentire il vocìo nell’ombra.