Silvio Rossi: Le esigenti condizioni del vero amore

01/12/2019 - Silvio Rossi (15 visite)

L’imparzialità, la neutralità, il non impicciarsi non appartengono all’amore, perché l’amore cerca il bene dell’altro e il bene significa sempre aiutare a vivere nella verità.
La verità è esigente, di fronte ad essa non si può essere equidistanti o neutrali: o ci si schiera con la verità oppure è inutile dire che vogliamo il bene del prossimo. La verità, il bene, l’amore sono tutti collegati da un filo conduttore e chi ama davvero non può evitare di dire la verità e di aiutare l’altro ad entrare in una visione di verità delle cose e di se stesso. Di conseguenza la cosiddetta “equidistanza” spesso è soltanto un atteggiamento di alibi per non lasciarsi coinvolgere nella ricerca della verità. Come si può amare davvero se non si aiuta l’altro a distinguere dov’è il male, dov’è il bene? Chi approva ogni tipo di scelta altrui nega l’esistenza di una verità oggettiva, o nega l’amore. Sia l’una che l’altra delle due posizioni nascondono in fondo un atteggiamento di comodo: negando una verità oggettiva o non praticando l’amore non siamo obbligati ad esporci o ad assumerci le nostre responsabilità, ad intervenire in qualche modo. Sono il rifugio dei paurosi e dei pigri. Se una persona mi chiede un consiglio e io non lo aiuto a trovare la verità e a decidere secondo giustizia non sono una persona neutrale che rispetta la libertà dell’altro, sono un vile che si rifiuta di rispondere ad una richiesta precisa: in me non c’è lealtà, esiste solo quella miserabile furbizia strategica di chi non vuole essere coinvolto per non avere guai. E chi dice: “Ma io non sono sicuro di sapere qual è la verità e cosa è meglio fare” anche in questo caso si nasconde dietro un dito. Se vogliamo bene alla persona che ci interroga siamo chiamati a non scappare, ma a responsabilizzarci mettendoci a suo fianco per ricercare insieme una possibile risposta, o qualcun altro più adatto allo scopo di noi.
L’amore si schiera e combatte, afferma la verità e la difende. Quando qualcuno a cui vogliamo bene sbaglia dobbiamo dirglielo, questo non è un giudizio sulla persona, è amore pratico e concreto. Ognuno di noi vorrebbe essere amato allo stesso modo, vorrebbe trovare qualcuno che lo corregge, lo raddrizza, lo indirizza sulla strada giusta. Quando si tratta di noi stessi sappiamo perfettamente cosa è giusto e cosa non lo è, e allora se è giusto per noi è giusto anche per gli altri. Quelli che incontriamo si aspettano da noi una parola di verità.

Esiste una censura sempre meno strisciante sempre più esplicita che vuole chiudere la bocca a chiunque non si allinea col pensiero relativista. Ogni giorno Facebook ci offre una prova lampante di questo bavaglio, censurando e bloccando chi scrive cose che non piacciono al Potere. Anche in televisione chi non segue il pensiero corrente è out, così come nei cortei pubblici o alla radio, o in qualsiasi altra manifestazione pubblica. Vorrebbero relegare nel chiuso di una stanza il pensiero libero, con l’unica motivazione che bisogna rispettare gli altri, ma qui è in ballo qualcosa di molto più grande del rispetto, sono in ballo l’amore e la libertà.
Il rispetto è una scusa comoda: non dico la verità così non infastidisco gli altri. Ma il rispetto così inteso è semplicemente il tradimento del vero e del giusto, rasenta l’omertà mafiosa e il rinnegamento della propria dignità. Nessun genitore che ama davvero i propri figli tace quando li vede sbagliare e non li rimprovera quando vanno fuori strada. Un genitore che ama davvero i propri figli dice la verità, anche a costo di essere respinto o addirittura odiato, perché un genitore ama e non può stare zitto. Un medico che vuole davvero bene ai suoi pazienti gli dice la verità, non li illude per rispetto, non li tranquillizza per evitare di farli soffrire. E allora se questo lo capiamo perché non capiamo ancor più la necessità intrinseca dell’amore di ricercare la verità, di annunciare la verità, di condividere la verità?
Una delle norme più condivise dalla nostra categoria è la neutralità terapeutica, quell’atteggiamento per il quale lo psicologo non prende posizione e non esprime pareri riguardo le scelte del paziente per rimanere – appunto – neutrale rispetto a lui. È un atteggiamento predicato e consigliato, ma tecnicamente utopico e irrealizzabile. Lo psicoterapeuta, anche dopo vent’anni di analisi personale non diventa per questo un superuomo, un Buddha che ha raggiunto l’illuminazione, un essere al di sopra del bene del male. È una persona, la quale ha diritto ad avere le sue opinioni, che ha maturato le sue esperienze, possiede dei criteri di bene di male. È giusto e possibile chiedergli di diventare una statua di sale che rimane equidistante e distaccato rispetto al vissuto del paziente? Ma il paziente cerca un esperto formato per avere una guida sulle sue scelte, delle indicazioni precise o un aiuto per poter decidere con la sua testa, ma in maniera più consapevole e cosciente. Se lo psicologo vuole rispondere a queste domande deve parlare con schiettezza, orientare tra le diverse opzioni lasciando poi al paziente la libertà di utilizzare come preferisce i suoi contributi. In caso contrario la sua neutralità malamente intesa non gli permetterà di aiutare davvero i suoi clienti. Ricordando pure che studi innumerevoli hanno dimostrato che anche chi vuole essere “terzo” manifesta in modo non verbale le sue opinioni autentiche. Quindi, paradossalmente, proprio chi ricerca con più forza la neutralità risulta meno neutrale e più in grado di condizionare l’altro, chi invece comunica esplicitamente e mette tutte le carte sul tavolo è in grado di lasciare l’altro libero di decidere e di scegliere autonomamente.

La neutralità non appartiene né all’amore né alla verità, la neutralità rischia di diventare un alibi per non impegnarsi, per non esporsi, per non assumersi le proprie responsabilità. Rischia di essere un altro nome dell’egoismo o del menefreghismo.